HERNANDO CALVO OSPINA
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MENZOGNE Ed ESAGERAZIONI

Manuale per destabilizzare la Bolivia

martedì 1 giugno 2010, di Hernando Calvo Ospina

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Nell’aprile del 2009, davanti ai suoi colleghi latinoamericani, il presidente Usa Barack Obama ha dichiarato: «Dobbiamo imparare le lezioni della storia per promuovere la pace». L’atteggiamento di Washington nel recente colpo di stato in Honduras indica che, malgrado le promesse, gli interventi degli Stati uniti in America latina potrebbero continuare. A volte secondo modalità inattese.

Dal nostro inviato speciale Hernando Calvo Ospina*, da Le Monde Diplomatique del giugno 2010.

Oltre alla «carota» economica e al «grosso bastone» dell’intervento militare (a cui il recente colpo di stato in Honduras ha offerto un ringiovanimento imprevedibile), gli Stati uniti non mancano di fantasia per contenere le velleità emancipative dei loro vicini del Sud. Uno dei metodi consiste nel sostenere le rivendicazioni indipendentiste di élite locali le cui «identità» verrebbero rimesse in forse...

dalle politiche di redistribuzione dei governi progressisti. Una strategia utilizzata in Nicaragua all’inizio degli anni ’80 (1). E, più di recente, in Bolivia. Nel dicembre 2005, Evo Morales diventa presidente della Bolivia. Sostenuto dalla piccola borghesia urbana, il dirigente del Movimento verso il socialismo (Mas) conquista così le organizzazioni indigene, nel corso di una campagna che dedica uno spazio particolare al discorso identitario (2).

Lo stato plurinazionale promosso dal Mas suscita ben presto una rivendicazione inattesa: quella di élite locali che difendono un «separatismo» sociale» a cui il progetto di una nuova Costituzione - che «garantisce diversi livelli di autonomia, indigena, municipale o regionale, senza definire la loro articolazione»(3) - , apre, secondo loro, la strada. Naturalmente, tutto spinge gli Stati uniti a sostenere un tale movimento: dalla difesa delle minoranze oppresse... alla possibilità di destabilizzare le autorità boliviane.

Rapidamente, la strategia americana identifica nel dipartimento di Santa Cruz l’obiettivo prioritario: l’economia della Bolivia dipende dalle sue risorse naturali (soprattutto idrocarburi, oro e ferro). Ricchi al contempo di gas e terre fertili, i dipartimenti di Tarija, Pando e del Beni che, insieme a Santa Cruz costituiscono la regione detta della «Mezzaluna» (Media luna) - si uniscono alle rivendicazioni di Santa Cruz, la cui capitale - dell’omonimo dipartimento - diventa il fulcro dell’opposizione a Morales.

Due mesi dopo essere entrato in carica, il 13 ottobre 2006, l’ambasciatore americano in Bolivia, Philip Goldberg, entra in contatto con l’opposizione della Mezzaluna. Dal 1994 al ’96, il diplomatico dirigeva gli uffici del Dipartimento di stato per la Bosnia durante la guerra dei Balcani. Più tardi, dal 2004 al 2006, diventerà «capo missione» a Pristina, in Kosovo, dove, secondo Morales, «sostenne il separatismo di quella regione con migliaia di morti sul tavolo» (4). Un simile pedigree preannunciava più di un semplice sostegno degli americani alle organizzazioni politiche dell’opposizione «separatista».

In Bolivia, «il suo lavoro non era un segreto per nessuno - afferma Hugo Moldiz, avvocato e direttore del settimanale La Época. D’altro canto non faceva niente per nascondersi. Il piano messo in piedi mirava a provocare uno stato di ingovernabilità mediante azioni violente e mortali che coinvolgessero le forze armate e la polizia con l’obiettivo di ottenere le dimissioni del presidente e la convocazione di elezioni che sarebbero state vinte dai candidati scelti dall’ambasciata.» A settembre del 2008, dei gruppi paramilitari assassinarono una trentina di contadini indifesi, prima di impossessarsi dell’aeroporto di Beni e dei campi petroliferi di Tarija e Santa Cruz. Sergio Espinal, un ufficiale in pensione, è convinto che «dietro il loro modo di agire vi fossero i consigli di esperti stranieri e la partecipazione di paramilitari colombiani». Peggio, che «la passività delle forze armate, che si sono perfino lasciate disarmare nei campi petroliferi dimostra che alcuni suoi membri erano complici del piano».

I media privati, vicini alle élite della «Mezzaluna», non restarono a guardare: «la stampa riportò tutti quegli avvenimenti non per condannarli, ma per contribuire al clima di instabilità e di paura - ricorda un contadino cocalero (coltivatore di coca) oggi deputato, Sabino Mendoza.

Il messaggio che trasmettevano era che se "Evo" non avesse rassegnato le dimissioni, sarebbe potuta scoppiare una guerra, con l’intervento dell’esercito degli Stati uniti. Rumori, menzogne ed esagerazioni miravano a seminare confusione nella mente di chi, come me, sosteneva il presidente». Dal luglio 2007, l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid) venne accusata di elargire fondi ai gruppi di opposizione.

Il governo aveva intercettato documenti che sostenevano la necessità di finanziare programmi per «ristabilire un governo democratico».

Un eufemismo ben noto, spiega la sociologa Cristina Guzmán: «Queste organizzazioni, direttamente o con l’intermediazione di altre agenzie, finanziano diverse Organizzazioni non governative [Ong], strutture della cosiddetta "società civile"e alcuni partiti politici affinché, sotto la bandiera dei diritti umani, della libertà di stampa e d’impresa, incoraggino l’ostilità nei confronti del governo». Durante tutto questo tempo, vicino all’ufficio di Morales rimane inspiegabilmente... un’antenna della Centrale Intelligence Agency (Cia), all’interno stesso del palazzo presidenziale (residuo di un’epoca in cui i governi si preoccupavano meno della sovranità che dei buoni rapporti con gli Stati uniti). «Era un servizio gestito da un generale della polizia, chiamato Centro operazioni poliziesche speciali [Copes], che dipendeva direttamente dall’ambasciata degli Stati uniti!», precisa Jorge Cuba, direttore dell’Agenzia stampa boliviana (Abi). Osservando che un vento di internazionalismo destrorso soffiava sulle braci del separatismo locale, Morales fece smantellare l’antenna.

Il 3 dicembre 2008, annunciò d’altronde che, per ragioni di «dignità nazionale», l’agenzia non era più la benvenuta in Bolivia. La vigilia, aveva espulso l’organizzazione americana per la lotta agli stupefacenti, la Drug Enforcement Administration (Dea), visto che le sue prerogative sembravano essersi estese al sostegno all’opposizione secessionista della «Mezzaluna»... senza che questo rientrasse minimamente nel quadro della sua missione ufficiale. Per finire, l’11 settembre 2008, quando la situazione tra il governo e l’opposizione era estremamente tesa, il presidente Morales dichiarò l’ambasciatore degli Stati uniti persona non grata. Espulsione dell’ambasciatore, limiti imposti all’Usaid, cacciata della Cia e della Dea: stranamente la febbre separatista sembra calmarsi. Senza contare che Morales continua a incassare importanti successi elettorali. I più radicali abbandonano facilmente ogni rivendicazione politica e passano, senza batter ciglio, dalla cosiddetta «difesa della democrazia» al progetto di omicidio. Per loro, in effetti, esiste una sola opzione: finirla con quell’«Indio» di presidente e con il suo vicepresidente Alvaro García Linera.

L’operazione fu pilotata dall’uomo d’affari Branco Marinkovic. Figlio di un ustascia croato rifugiato in Bolivia, egli presiedeva allora il Comitato civico pro Santa Cruz (Cpsc) (5) e dirigeva il Movimento Nation Camba de libération (Mncl) che reclama «l’indipendenza» della Mezzaluna. Sul sito internet dell’Mncl, si può infatti leggere: «Prima che il sangue coli nel fiume, non sarebbe meglio separarci amichevolmente perché ogni nazione gestisca le proprie risorse e risolva i suoi problemi?». Malgrado questi propositi melliflui, forse Cuba ritiene che, secondo Marinkovic, «la soluzione era quella di trasferire in Bolivia lo scenario razzista, religioso e secessionista della guerra dei Balcani». Da questa regione del mondo, appunto, Marinkovic fece venire Eduardo Rózsa che prese parte al conflitto tra le file delle forze croate ultranazionaliste. Arrivò accompagnato da Michael Dwyer (irlandese), çrpád Magyarosi (rumeno-ungherese), Elod Tóasó (ungherese) e Mario Tadic (croato), quasi tutti veterani della guerra dei Balcani. «Il piano si stava realizzando perfettamente - racconta Cuba - finché un poliziotto - "un piccolo indigeno", avrebbero detto - infiltrò il gruppo. Il 16 aprile 2009, la polizia arrivò all’hotel in cui si trovavano e tre di loro che rifiutarono di arrendersi, fra cui Rózsa, vennero abbattuti. Quella notte, con loro è morto l’ultimo progetto di divisione della Bolivia». In quel contesto, Marinkovic ha preferito fuggire e ha trovato asilo negli Stati uniti.

Una ragnatela di fondazioni e di Ong approfitterebbero così della propria immagine di membri intoccabili della «società civile» per destabilizzare i governi. La storica ecuadoriana Adriana Villegas non ne dubita: «Hanno tutte dimostrato in diverse situazioni nel mondo, che possono essere più efficaci di un esercito della Nato [Organizzazione del trattato dell’Atlantico del nord].Ê» Testato in Bolivia, il metodo sembra oggi adottato allo stesso modo in Ecuador e in Venezuela. «Al di là della Mezzaluna boliviana - afferma Villegas - si incoraggiano, in Venezuela, quelli che auspicano l’indipendenza dello stato di Zulia - che dispone di una delle più importanti industrie petrolifere del mondo - e, in Ecuador, quelli che hanno lo stesso progetto per la provincia di Guayas, in cui si trova il principale porto e il centro economico del paese. Inoltre, così come Santa Cruz ha conquistato alla sua causa tre altri dipartimenti [Beni, Pando e Tarija], lo stato di Zulia ha ottenuto il sostegno di quelli di Táchira et Mérida, e, da noi, Guayas ha avuto quello di Manabí».

*Giornalista.

(1) Si legga Maurice Lemoine, «L’autonomie perdue des Miskitos du Nicaragua», Le Monde diplomatique, settembre 1997.

(2) Gli indi sono ufficialmente il 60% della popolazione boliviana.

(3) Franck Poupeau et Hervé Do Alto, «L’indianisme est-il de gauche?», Civilisations, 58-1, 2009, http://civilisations.revues.org/ind...

(4) El Mundo, Madrid, 11 settembre 2008.

(5) Istituzione regionalista messa in campo dal dipartimento di Santa Cruz, e molto influenzata dal padronato locale.

(Traduzione di E. G.)

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